Essere sul palco durante una performance rock dal vivo è un'esperienza
elettrizzante. Ti fa sentire come un' essenza superiore. Io lo so, perché
nella tarda estate del 1996 salii sul palco durante un concerto dei Pearl
Jam ad Augusta, Maine. Non era pianificato, ma si rivelò essere una delle
cose più emozionanti che io abbia mai fatto.
Ho conosciuto i ragazzi della band un po' di anni fa', soprattutto Jeff
Ament, il bassista. Per me fu un'emozione enorme, perché sentivo che la
loro musica catturava il mio animo. E' potente, pulsante, passionale, e
piena di panico, anche se c'è un flusso di positività che corre al suo
interno. Voglio dire, c'è un chitarrista solista heavy-metal (Mike
McCready), un chitarrista d'accompagnamento punk-rock (Stone Gossard), un
bassista selvaggio (Jeff), un batterista niente male (Jack Irons), ed
Eddie, che ha la voce più affascinante di tutti i tempi. Le loro canzoni
raccontano una storia, ed io riesco sempre a rifarmi a questa. Eddie non
fugge dalla paura, e riesce sempre a catturare un largo spettro di
emozioni. Come ho già detto, ascolto un po' tutti i tipi di musica, ma mi
appassionano soprattutto i Pearl Jam. La loro musica per me è come
l'eroina per un tossico.
I ragazzi della band mi aiutarono a nutrire il mio spirito mandandomi
alcuni CD speciali - registrazioni dal vivo, estratti, sessioni demo, e
robe così. E' stato veramente facile conoscere Jeff, perché è un tipo
abbastanza regolare. Se non avessi saputo chi è, non avrei mai pensato
che è una grande rock star, perché non se la tira affatto, non accentra
tutta l'attenzione su di se, o nulla del genere.E' un fan abbastanza
accanito di basket, come un po' tutti i ragazzi della band. Prima si
chiamavano Mookie Blaylock - un giocatore degli Atlanta Hawks - credo
perché gli piacesse il suo nome. Il loro primo album "Ten"
prese nome proprio dal suo numero.
Fu un po' più difficile conoscere Ed, perché è un tipo piuttosto
riservato che si mostra davvero solo quando è sul palco. Difficile a
credersi, ma anch'io sono un tipo piuttosto timido, così all'inizio il
nostro rapporto fu piuttosto freddo. Ma nell'estate del '95 cominciammo a
frequentarci, e ci piacque davvero. Eddie è molto diverso da me. Cerca di
combattere contro la sua celebrità. Vuole che le cose per lui siano come
erano prima che diventasse famoso. Credo che sia una preoccupazione
inutile, ma rispetto il modo in cui decide di vivere la sua vita. E'
difficile portarlo in giro sulle scene mondane, è meglio quando si va in
giro solo noi due.
Ma quando becchi Eddie sul palco, è davvero uno showman nato, come mi
resi conto durante quello show in Maine. Ero appena rientrato da Aries,
Francia, dove avevo recitato in Double Team, un film con Jean-Claude Van
Damme e Mikey Rourke. Era il mio primo ruolo da protagonista, e giuro, ero
davvero distrutto - anche nelle settimane precedenti avevo avuto modo di
far festa un pochino. Ero andato a New York con i miei amici Stacie e
Dwight, e prendemmo un volo privato per il Maine la notte seguente.
Stavamo nel backstage durante lo show e la band stava veramente spaccando.
Pensai che i miei timpani stessero per scoppiare, ed a quel punto non me
ne sarebbe importato nulla. Avevo un bicchiere di vino rosso in mano, ed
ero abbastanza contento della vita quando vidi Eddie partire. Lo show era
abbastanza avanti e stavano suonando, "Alive", e Jeff e Stone
correvano sul palco come al soltio, e Eddie cantava più forte che poteva.
Era la mia parte preferita - 'Is something wrong she said? Of course there
is' ed io desideravo solo di farne parte, in qualche modo. Questo forse fu
uno dei casi in cui veramente desiderai essere al centro dell'attenzione -
o forse volevo solo essere una rock star nel cuore, come molte altre
persone.
Così, quando lui cantò, "WHO ANSWERS? WHO ANSWERS?", tutto
d'un tratto mi colpì. Ero sopraffatto da questa caterva di energia, ed
era come se fossi posseduto da un essere alieno o da un fantasma o
qualcos'altro - sapevo che io avrei dovuto rispondere, così uscii sul
palco e portai a Eddie il vino rosso. In nessun modo avrei potuto
anticipare la sua reazione. La gente era impazzita. Ebbi una delle più
grandi ovazioni che abbia mai ricevuto. La folla era in delirio - era come
se mi avessero voluto strappare i vestiti di dosso e portarmi via, proprio
lì. E' stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.
Praticamente ebbi un orgasmo sul palco.
La cosa più figa fu il modo in cui Eddie reagì. Salto sulla mia schiena
e si fece portare a cavalcioni, mentre cantava e urlava nel microfono.
Avrei dovuto urlare assieme a lui - era la mia grande chance - ma fui
sopraffatto dagli eventi. Così lui era sulle mie spalle, ed ora il filo
del microfono mi aveva completamente avvolto, Eddie stava impazzendo
sempre di più, e allora quel piccolo pazzerello cadde dalla mia schiena
sul palco. Fu una gran mossa, se non fosse stato per il microfono che
iniziava a soffocarmi e non riuscivo a respirare - così ora stavo
provando uno di quegli orgasmi davvero mozzafiato, cosa piacevole, ma
anche piuttosto spaventosa. Finalmente, riuscii a sbrogliare il microfono
dal mio collo, e me ne tornai dietro le quinte alla mia vita normale.
So che è uno di quei momenti che non dimenticherò mai, ed anche uno di
quelli che ricordo spesso, perché Eddie mi diede una registrazione dello
show appena finì. Non avevo nulla per ascoltarla, così mi diede il suo
walkman, con le sue iniziali segnate sopra.
Fu un'esperienza unica, ma vorrei che si ripetesse. Devo trovare un modo
di tornare a quel momento, fosse l'ultima cosa che faccio.
Per qualche stupida ragione, smisi di spassarmela. Dopo una delle stagioni
più incasinate, fuori da ogni controllo nella storia dell' NBA, cercai di
darmi una calmata e fare il bravo ragazzo. Le prime 2 sere a Seattle,
uscii con alcune delle persone più interessanti che conosco - Eddie
Vedder, Jeff Ament e Stone Gossard dei Pearl Jam, Bryne Rich, Cindy
Crawford, che ad un certo punto era seduta in braccio a me giusto per fare
un paio di nomi.
Eddie e Jeff erano stati con me anche a Chicago - a dire il vero, erano
stati con me per buona parte dei playoff. Avrebbero girato in lungo e in
largo la città con me tutta la notte, e poi avevano le palle di fare il
tifo per i loro Sonics, a volte mentre sedevano nei posti che gli avevo
procurato durante le partite. Li rispetto per la loro fedeltà e per non
essere ipocriti. Tra l'altro, se non fosse stato per i Pearl Jam, la mia
vita sarebbe stata di gran lunga meno piena di eventi.
I Pearl Jam tengono ai loro principi, anche se gli costa qualcosa. Loro
non fanno video perché pensano che rovini il modo in cui la gente
percepisca la loro musica. Ed hanno perso molti soldi e sono stati
penalizzati in uno dei loro tour perchè vennero ai ferri corti con la
Ticketmaster. Dio li benedica per questo. La Ticketmaster è la regina
delle sanguisughe, aggiunge sempre ridicole spese di servizio che alzano i
prezzi dei biglietti, e i ragazzi pensavano che questo era sbagliato, così
si ribellarono. Rispetto tutto di quei ragazzi. Sono a favore dell'aborto,
apprezzano la loro individualità e la loro libertà, e sono disposti a
difenderle combattendo.
Uno dei posti migliori che abbia trovato è il Crobar, quello a Chicago
con le gabbie e le cose bondage e la deejay lesbica chiamata Psychobitch.
Ho passato un sacco di tempo al Crobar durante la stagione 95-96 e ho
festeggiato lì il mio trentacinquesimo compleanno, e fu l'esperienza
definitiva di feste.
Avevamo appena battuto i New York Knicks chiudendo le serie e passando
alle finali della Eastern Conference contro gli Orlando Magic. Era il 14
Maggio del '96, ed era prevedibile che per la fine della serata avrei
buttato giù almeno una consumazione per ognuno dei miei 35 anni. E non
ero neanche uno dei più ubriachi quella sera. Eddie Vedder avrebbe
potuto; uno dei miei amici alla fine dovette portarlo fino alla sua stanza
d'albergo. Il giorno dopo Eddie disse, "Penso di aver passato davvero
una bella serata. Non dirlo a nessuno". E' un tipo piuttosto
piccolino, e probabilmente non l'aveva aiutato il fatto che io, lui, ed
alcuni altri amici subito dopo la partita eravamo andati a prendere del
sushi e ci eravamo scolati all'incirca 32 bottiglie di sake ancor prima di
avviarci al party.
Il Crobar è quasi sempre pieno zeppo, ma quella notte lo era ancora di più.
La musica dal vivo fu incredibile. Sul palco con la band blues-funk Liquid
Soul c'erano Jeff Ament, mio compagno dei Pearl Jam, e il grande John
Popper, cantante e suonatore di armonica dei Blues Traveler. Eddie non
cantò con la band, ma salì sul palco per far cantare a tutto il club
'Happy birthday' a me. Io e lui spruzzammo la folla con la birra, e la
gente ci tirò i loro drink fino a quando fummo zuppi. Si bagnavano anche
tra di loro, e nessuno ci faceva caso.
Jeff era isterico quella sera, parlava con tutti, e ballava sul bar.
Nell'estate del '96, poco dopo la fine delle finali NBA, feci una breve
vacanza a Maui con Eddie Vedder. Quel viaggio fu un vero sballo, perché
Eddie ed io siamo così simili, pur nella differenza. Eddie cerca di
nascondersi dalla sua fama, mentre io inseguo la mia, ma entrambi
cerchiamo disperatamente di essere noi stessi e di divertirci. E in una
notte di festa hawaiana che non dimenticherò mai, venne alla luce tutto
insieme in un modo del tutto inaspettato.
Eravamo stati un po' in giro in moto a divertirci, ed eravamo finiti in un
bar chiamato Moose McGillicudy's a Lahaina. C'era un po' di gente con noi,
compreso il fratello più giovane di Eddie, Dwight Manley, e la mia amica
Erika, e ce ne stavamo seduti a bere un po' di vino mentre una band nel
bar suonava del rock in sottofondo. Tutto d'un tratto, la band iniziò a
suonare 'Go', la prima canzone di "Vs.", che è il secondo album
dei Pearl Jam. E' una meravigliosa, velocissima canzone che è davvero
difficile da cantare, ed Eddie fece quell'espressione e disse, "non
la stanno cantando nel modo giusto". Potevo vedere cosa stava
pensando, ma non avrei creduto a quanto stesse per accadere. Guardò
dritto nei miei occhi e disse, "Dobbiamo?" io feci spallucce e
dissi, "Sta a te, fratello". Si alzò e disse, "Ok,
facciamolo", e si diresse dritto sul palco.
Ora, immaginate di far parte di una band e di star suonando una cover dei
Pearl Jam quando Eddie Vedder compare sul palco. Vi pisciereste nei
pantaloni, ed è esattamente quello che fecero loro. Il cantante ci stava
rimanendo. Tutti nella band erano impazziti. Eddie prese il microfono ed
iniziò a cantare, ed i a ballare a fianco a lui, e tutti impazzirono.
Iniziarono a suonare più duramente e meglio di quanto sapessero fare, ed
Eddie c'era del tutto dentro, urlando e saltando. E pensate alle persone
nel bar. Avevano un'espressione incredula. La pista da ballo era in
sussulto, e la cosa meravigliosa fu che la voce si diffuse come un herpes.
Tutto ad un tratto centinaia di persone entrarono dalla strada - da sopra,
da sotto, dappertutto - ed era davvero pieno. La gente saltava su e giù e
dava fuori di matto.
La band finì suonando altre 2 canzoni dei Pearl Jam, ed Eddie cantò alla
grande. Poi tornammo al nostro tavolo ed ordinammo un altro drink. Quello
che rese quel momento davvero emozionante fu che non era da Eddie uscire
allo scoperto in quel modo. Di solito è il tipo che cerca di nascondersi
nelle ombre e di non farsi notare.
Eddie vive nel suo sistema solare, e lo ammetto. Non vuole che le cose
cambino. Vuole che le cose siano come prima che diventasse famoso. Ed è
frustrato, perché questo non è più possibile per lui. Dovunque egli
vada le persone impazziscono, ed è comprensibile - quel tipo ha portato
un sacco di gente a provare emozioni che non avrebbero neanche immaginato
prima di sentire la sua musica.
Parliamo dell'argomento fama tutto il tempo. La gente mi circonda quando
usciamo assieme, ed Eddie naturalmente ha la sua parte di attenzione, ma
non ci va d'accordo. Lui vola basso. Quando andiamo in qualche posto
affollato, lui riesce a non attirare l'attenzione - letteralmente - perché
è così piccolino. Ma quando vede il modo in cui mi pongo io,
semplicemente uscendo allo scoperto e buttandomi nella mischia, rimane
stupito. Dice, "E' meraviglioso il modo in cui gestisci la
situazione". Cerca di capire come diavolo faccio.
Dico ad Eddie che dovrebbe darci dentro e fare come faccio io, che
dovrebbe semplicemente accetarlo. "Devi solo accettarlo,
fratello", gli dico sempre. Almeno lui può andare in giro e
camuffarsi. Ai suoi concerti, molto prima che la band inizi, fa sempre
cose come mettersi delle maschere o vestirsi da clown e mischiarsi alla
folla. A volte fa volantinaggio solo per vedere come reagisce la gente.
Allo show ad Augusta, Maine, quello a cui andai nel Settembre del '96 -
quello in cui finii col portargli un bicchiere di vino rosso sul palco -
si mise la sua tuta argentata ed una maschera e si mise a girare tra la
folla, e poi salì e canto con la band d'apertura, e nessuno sapeva chi
fosse.
La cosa figa è che quando ero un free agent (senza contratto n.d.r.) dopo
la stagione '96 parlai coi Los Angeles Lakers di firmare per loro, e Jerry
West, il loro general manager (ed anche uno dei più grandi giocatori di
tutti i tempi), penso che il tutto [avrei preso il 69 come numero sulla
canotta] sarebbe stato davvero divertente. Così fece fare una canotta
dorata dei Lakers No. 69 col mio nome sopra. Alla fine i Lakers spesero
tutto il loro salary-cap (ogni squadra NBA ha un limite massimo nelle
spese per i contratti ndr.) su Shaquille O'Neal,ed io firmai un'altra
volta con i Bulls, ma tenni quella canotta. Qualche settimana dopo Eddie
Vedder la vide e pensò che era davvero figa, così glie la diedi, e ora
penso che l'abbia appesa a casa sua a Seattle.
Traduzione
a cura di Daniele Capocelli.